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Roberta Sorgato .it
Bibliografia


Titolo: Cuori nel pozzo
Casa Editrice: Marsilio
Anno: 2010


Titolo: La casa del padre
Casa Editrice: Canova
Anno: 2005



Titolo: All'ombra del castello
Casa Editrice: Tredieci
Anno: 2002
Età: 9-14 anni



Titolo: Una storia tutta Pepe
Casa Editrice: Tredieci
Anno: 2001
Età: 9-14 anni


[Prefazione di "LA CASA DEL PADRE" - Gianluigi Peretti]

"Attori che avevano consapevolmente recitato la loro parte, attenti che io, la piccola bastarda, non avessi a capire che l'aria che respiravo era avvelenata dalla menzogna?"



Nelle sue Ultime lettere di Jacopo Ortis il Foscolo considera, attraverso il suo protagonista, passioni e ideali come "illusioni", che servono in ogni caso ad aiutare a vivere e affrontare il terribile quotidiano. Anche la vita di Eva Ernesti, la protagonista, è una continua illusione, che si trasforma spesso in forte delusione, ma alla fine, magari dopo rabbia e risentimenti, accetta fatalisticamente i casi avversi della sua esistenza senza lasciarsi travolgere dal pessimismo.
La casa del padre di Roberta Sorgato non è tuttavia solo questo. Gli affetti di una vita normale, l'amore vissuto come elemento totalizzante nelle sue diverse versioni vengono improvvisamente sconvolti da una tremenda comunicazione, che getta la protagonista in un perverso gioco pirandelliano. Eva si rende consapevole che per buona parte della sua vita la "forma" ha prevalso sulla "vita": meglio, quella che lei credeva vita era in realtà un teatrino dove tutti gli attori hanno recitato a perfezione la loro parte. Fatica a ricostruire la sua identità, il suo passato appare scombinato come in una burla crudele eseguita sulla sua anima. Eppure, di fronte a tante disillusioni sa sopravvivere con una forza d'animo e una rassegnazione che sorprendono. E la sorpresa, il colpo di teatro, si può dire, costituisce il leitmotiv del romanzo, costruito tra passato e presente, con flashback che squarciano un vissuto tra gioie e dolori, di aspettative e di amari disinganni.
Nella narrazione si affaccia anche un notevole spaccato di storia del ventesimo secolo, e del nordest in particolare, specie del secondo dopoguerra. L'aspirazione ultima di Eva rimane in ogni caso "la casa del padre", come simbolo di una nuova vita, questa volta autentica, priva di tutte le finzioni che le hanno corrotto affetti, abitudini, amori e slanci che aveva creduto genuini: da lì lei comincerà una nuova vita e cercherà di seppellire, o almeno dimenticare, il passato.
Agli inganni della vita fa quasi da contrappunto il desiderio di recupero dell'identità collettiva, dello spirito di appartenenza, della fierezza della propria storia, del fiume sacro alle memorie della patria, della conoscenza di usi e costumi di un tempo, dell'amore per la propria terra, insomma di antichi valori  affermati dalle parole di Massimo: -Per essere te stesso, per conoscerti davvero è importante sapere dove affondano le tue radici, chi è la tua gente, qual è la tua storia, quella che i tuoi hanno costruito per te e che tu dovrai tramandare ai tuoi figli!-. Persino i ricordi di campagna, delle cacce, della lissia, delle disavventure del giovane amico paiono sopperire ai ricordi della vita rubata ad Eva.
Dopo tante scommesse perdute spunta sovente lo scoramento, l'incubo frequente del treno perduto per pochi attimi, l'ennesima perdita d'identità: -C'erano momenti in cui mi sembrava di non essere più nemmeno me stessa, mentre vagavo per il grande giardino spingendomi fin dove, una volta, c'erano le voliere degli uccelli ed i recinti dei cani-. Fino all'ammissione più amara, la delusione più cocente, la sconfessione dell'omnia vincit amor: -Il tempo aveva ridisegnato il profilo del mio volto e del mio corpo mentre l'anima si era ribellata caparbiamente a farsi modellare ostinandosi a credere che l'amore, da solo, bastasse-.
Eva finisce per diventare un personaggio pirandellianamente (ancora!) scomposto, smarrito: -Alle spalle un'intera esistenza costruita su quelle che avevo creduto certezze sacrosante ed irrinunciabili-. La salvezza? Non compare all'orizzonte, ma nell'incertezza ci può essere un domani nuovo, un rifugio nella religione, qualcosa dietro l'angolo...
Dopo la lettura de La casa del padre è difficile definire il genere del romanzo. Può essere psicologico, d'introspezione, dell'assurdo, memorialistico, anche autobiografico. In che misura? Forse Roberta Sorgato non lo dirà mai. A noi può bastare la piacevolezza della lettura.

                                                                                Gianluigi Peretti
 
                                                      ***
 
[Recensione di "LA CASA DEL PADRE"  - Il Resto del Carlino]

Se ci si chiede quali siano gli aspetti del romanzo contemporaneo, si trovano risposte facilissime: I'inquietudine sopravvenuta dopo la soddisfazione dei bisogni economici, I'assieparsi dei desideri non realizzati, e tuttavia I'assedio delle cose moderne. Al fine di leggere nel modo migliore il romanzo di Roberta Sorgato, La casa del padre (Treviso 2005), occorre procedere da questa peculiarità. Vi si trovano infatti gli oggetti attuali, inseriti nei paesaggi altrettanto correnti: il telefono cellulare, del quali si aspettano gli squilli invano, oppure gli strilli ostinati e molesti; oppure gli interni di case, quasi sempre desolati, benché funzionali; oppure ancora "i vecchi jeans sbiaditi", indossati anche da colei che altro vorrebbe dalla vita e si ritrova nello squallore delle autostrade, dei condomini, dei villaggi adibiti a vacanza.
È la donna la protagonista vera del dire modemo, perché dotata ancora, a differenza dell'uomo, di residui naturali che la fanno sognare e rimpiangere.
La donna è I'essere sproweduto, cui le confessioni allo psicoanalista non bastano più, cui il giacere disinvolto con molti non lascia altro se non arnarezza e disgusto, cui la banalita ridicola dei viaggi procura noia ed esasperazione. La donna esige ancora amore owero poesia.
Sospettosa dinanzi all'ennesimo romanzo femminile, questo scritto da Roberta Sorgato mi ha presa subito, notando già nella pagina iniziale un contrasto visivo, il quale lascia intuire il conflitto tragico della vicenda: "Il vecchio tiglio protendeva i rami frondosi, immobili nella calura, cancellando la striscia d'asfalto rovente che si srotolava olte la siepe di recinzione".
Si sente immediatamente il mondo di un passato rimpianto e quello di un presente sgradito, se non detestato. La nafura da un canto e il preteso progresso dal canto opposto.
Ma anche la natura sembra imperversare su una delle tante cose intomo alla protagonista: "Un grosso moscone ronzava intorno alla tazza con i resti di caffé nero bollente: insistente e molesto". Ogni particolare svela I'universale, se scritto bene, se letto bene: non vi è forse la storia intera di una donna moderna in questa immagine? L'insetto che tormenta l'udito, poiché altro non ascolta lei, né dolcezza di frasi, né conforti virili; il caffé che andrebbe sorseggiato, fissando occhi amati e venendo da essi fissata, ma ciò non accade più alla sensibilità femminile allora negletta e umiliata.
Roberta Sorgato esce poco dopo con un racconto nel racconto, capace di offrire sintesi ai giorni di adesso, così come li vive, o peggio come li soffre la donna. L'uomo se ne va dopo aver salutato con rapidità maleducata.
Ma I'aveva proprio espresso un saluto? "O era stato un altro dei tanti, troppi messaggi dati per scontati che io avevo imparato a decodificare da uno sguardo sfuggente, un gesto, un'espressione appena percettibile?". Perché l'autrice adopera il verbo "decodificare", proprio dei codici spionistici, criptici, misteriosi, e non sceglie invece semplicemente il verbo "leggere"? Perché la lingua si è ridotta ad un ammasso di luoghi comuni, televisivi, giornalistici, politici, uno più stupido dell'altro e uno meno espressivo dell'altro. Ma il racconto nel racconto prosegue: "Comunicazione non verbale, sofisticata sublimazione del non detto, interpretazione del silenzio come mezzo espressivo!- aveva sentenziato la mia strizzacervelli.
"Doveva essere proprio convinta, la cara Dottoressa della sua teoria tutta racchiusa in queste belle parole dal giusto grado di difficoltà".
Imperversa anche il linguaggio della psicoanalisi dove tutto muove dal "livello inconscio", che se è "inconscio" non è conoscibile e dunque non giudicabile ed è dunque sempre scusabile; persino "il costosissimo parere" della strizzacervelli, molte delle quali emergerebbero bene dal "livello inconscio" per un abbraccio intenso, meraviglioso e conscio.
Ci sono frasi nel romanzo le quali ne danno validita: "Era qualcosa molto vicino all'intuizione, che veniva non tanto dalla ragione quanto dal sentimento". Cosa vera questa, la quale dice la cultura di chi scrive, tornata al vivere semplice e profondo dell'intuizione, vale a dire della conoscenza immediata e del sentimento, vale a dire della vitalità creativa. La protagonista cercava sin da bambina "sguardi diversi", "carerze fatte di parole", "pensieri", "sorrisi" cercati disperatamente. E questa è poesia.
Nei ricordi vivi e freschi Roberta Sorgato consegue I'esito migliore del suo scrivere, attingendo ai paesaggi can alla sua vita che sono quelli dell'Italia passata della quale restano immagini non delebili, nella libertà che è sempre luminosa, ed è alta sopra le mediocrità; immagini della pace finalmente, alta sopra le asperità e immagini dell'amore, alto sopra le banalità. Si tratta di tornare alla casa del padre, che vuol dire dei padri.


                                                                                Luciana Venturini